Un progetto per urbanizzare le baraccopoli
Un tipo di abitazione molto particolare, e situate all’estremo opposto di quelle che sono oggetto di interesse del mercato immobiliare, sono le case di fortuna che costituiscono le baraccopoli, note anche come bidonville o, con termine altrettanto dispregiativo ma meno volgare, “slums”.

Riqualificare le bidonville
Chi si trova a vivere in queste condizioni solitamente pensa più alle esigenze legate alla sopravvivenza immediata che non all’evoluzione architettonica della sua casa. Ma una via per uscire da queste situazioni spesso drammatiche passa anche dalla riqualificazione delle baraccopoli per trasformarle, lentamente e con gradualità, in sobborghi urbanizzati, puliti e vivibili.
Questo concetto è alla base dell’idea portata avanti dagli architetti Sara Göransson e Filipe Balestra, che hanno progettato un processo che possa portare ad un distretto urbano permanente a partire dall’architettura casuale e disorganizzata degli slum. La novità insita in questo nuovo processo è nel fatto che la riqualificazione non passa più dal radere a zero la baraccopoli esistente per poi costruire sul terreno così liberato delle abitazioni di maggior pregio, quanto piuttosto nell’idea di completare la trasformazione attraverso il miglioramento graduale delle abitazioni esistenti. Il sistema di Göransson e Balestra è stato chiamato IHS, acronimo di Incremental Housing Strategy, ed è stato sviluppato in India, tra le Bidonville di Mumbay, anche se il primo progetto pilota verrà attuato sempre in India, ma nella città di Pune. Gli architetti comunque lo propongono come una soluzione applicabile in qualunque area con caratteristiche simili.
L’architettura proposta si basa su tre tipologie di abitazione che si basano su un semplice telaio portante che permette una futura espansione senza dover poi applicare particolari variazioni alla struttura di base. Il concetto è quello di riutilizzare le caratteristiche organiche di ogni specifico slum, migliorandolo senza alterare le strutture sociali che supportano la popolazione locale, quindi i vicini rimarranno vicini e le realtà locali non saranno traslate in contesti totalmente diversi da quelli nei quali sono nate.
Le tre strutture si differenziano soprattutto per la diversa possibilità di future espansioni. La prima versione è ampliabile in verticale, arrivando fino a 3 piani, la seconda può essere allargata al piano terra puntanto per esempio a famiglie che vorrebbero creare una attività commerciale, come per esempio un negozio. L’ultima tipologia è invece ampliabile al piano intermedio. Tutte hanno una superficie di 25 metri quadrati.
Il governo indiano ha apprezzato il progetto e lo ha giudicato meritevole di un contributo che consiste in un prestito di 300.000 rupie per famiglia (circa 4500 euro) per migliorare le loro abitazioni. Il prestito è destinato a tutte quelle famiglie che vivono in una struttura temporanea preesistente ma non considerata abitabile, (in indiano queste baracche sono dette “kaccha”).
L’interesse verso un progetto come questo è abbastanza ovvio se si considera che al giorno d’oggi quasi un terzo della popolazione mondiale vive in “slum” disseminati in vari paesi del terzo e quarto mondo.






